Il volontariato? “Non basta fare del bene, bisogna anche farlo bene”

 Articolo pubblicato nel Giornale on line Link Sicilia:
http://www.linksicilia.it/2014/07/il-volontariato-non-basta-fare-del-bene-bisogna-anche-farlo-bene/

COSI’ DICEVA DENIS DIDEROT. INSOMMA PER SVOLGERE BENE QUEST’ATTIVITA’ BISOGNA CAPIRE COSA VUOLE COLUI IL QUALE DEVE ESSERE AIUTATO DA NOI

di Claudia Corbari

“Faccio il volontario perché voglio aiutare gli altri”.

Tanto di cappello a chi vuole intraprendere attività di volontariato con il desiderio di essere di supporto o di profondo aiuto a coloro che si trovano in situazioni di difficoltà o in condizioni svantaggiate, ma chi lavora nel settore delle professioni di aiuto conosce bene quali possano essere le implicazioni che stanno dietro un’azione così altruistica.

Le motivazioni che ci inducono a voler aiutare gli altri possono essere di vario tipo e, la cosa più importante, è esserne consapevoli.

Il volontario può, infatti, attraverso le sue buone azioni, attribuire un senso nuovo alla sua vita inserendosi all’interno di un gruppo che gli permette di ampliare le relazioni sociali o coltivare quelle già esistenti e può altresì godere di momenti di protagonismo.

Possiamo dunque dire che spesso le attività di volontariato permettono di appagare esigenze ed interessi personali, contribuendo ad una ridefinizione della propria identità, della propria immagine sociale, così come del senso di appartenenza alla comunità e al sostegno sociale.

Dunque, altruismo, dovere civico, ricerca di relazioni sociali e interpersonali e desiderio di sentirsi utili e importanti per qualcuno sono le motivazioni che più comunemente inducono ad intraprendere attività volontaristiche.

Ma allora, se non siamo così altruisti come sembriamo, le domande che sorgono spontanee sono: “Chi ha bisogno di chi?”; “Tutti possono fare qualunque tipo di volontariato?” e, soprattutto, “Secondo quale criterio si può scegliere l’attività di volontariato adatta a sé?”.

Le risposte sono semplici e implicano un impegno al quale spesso non si è abituati: “Per fare volontariato bisogna essere formati”.

Aiutare gli altri e rispondere al contempo a bisogni personali che ci motivano nelle nostre azioni volontaristiche significa prendersi la responsabilità della propria presenza all’interno di un contesto nel quale spesso la relazione si configura come il tassello più importante.

Non è quindi possibile farsi trovare impreparati dinnanzi a coloro che da un volontario si aspettano di ricevere supporto e competenza.

La formazione parte proprio dall’analisi dei propri bisogni e, quindi, delle proprie motivazioni e dovrebbe essere effettuata sia dai soggetti coinvolti, sia dalle associazioni atte a selezionare i volontari, in base alle competenze, alle caratteristiche di personalità e alle attività che dovranno svolgere. Ma la formazione non finisce qui; in base al ruolo che si andrà a ricoprire, essa può essere logistica, comunicativa e relazionale ed è proprio per questo motivo che non tutti possono intraprendere qualunque tipologia di attività di volontariato.

Banalmente, se si è eccessivamente coinvolti in una situazione, non si riesce ad aiutare davvero il proprio utente e, questo assioma, tanto caro ai professionisti delle relazioni d’aiuto, viene spesso dimenticato nel caso del volontariato e giustificato dalla gratuità dell’attività stessa.

Coloro i quali vorranno iniziare un’attività di volontariato, qualsiasi essa sia, dovranno invece porre al centro del proprio interesse i bisogni del destinatario dell’intervento e, proprio nel rispetto di quest’ultimo, investire le proprie risorse per formarsi adeguatamente pur tenendo conto delle proprie motivazioni, delle proprie risorse, così come dei propri limiti.

L’utilità della narrazione

 Articolo pubblicato nel Giornale on line Link Sicilia:

http://www.linksicilia.it/2014/07/lutilita-della-narrazione/

NARRARE E PRENDERSI DEL TEMPO PER CONOSCERSI E’ SICURAMENTE UNO DEI MODI PER MIGLIORARE LA PROPRIA QUALITA’ DELLA VITA E LA SOCIETA’ IN CUI VIVIAMO

di Claudia Corbari

La narrazione è una peculiarità dell’essere umano che ha affascinato molti studiosi che l’hanno fatta diventare il loro oggetto di studio.

Bruner, psicologo statunitense di stampo cognitivista, si è occupato per molti anni dello sviluppo e della funzione del pensiero narrativo contribuendo notevolmente ad ampliare la letteratura psicologica. L’autore ha considerato la narrazione come «il primo dispositivo interpretativo e conoscitivo di cui l’uomo – in quanto soggetto socio-culturalmente situato – fa uso nella sua esperienza di vita» (Bruner, 1988, 1992).

Partendo dal presupposto che non bisogna necessariamente tenere conto della corrispondenza tra realtà e racconto, Bruner ha affermato che la narrazione ha l’importante merito di attribuzione di senso e di significato al proprio esperire mediante un’elaborazione del proprio vissuto. In tal modo l’accento viene posto anche all’intenzionalità del protagonista delle azioni, il quale viene calato all’interno di uno specifico contesto socio-culturale.

La narrazione permette quindi di rievocare, elaborare, interpretare e comprendere gli eventi facilitandone il racconto a se stessi e agli altri.

In psicologia, un metodo ritenuto valido al fine di facilitare la narrazione e il pensiero narrativo è la stesura di un diario di bordo.

Capita a tutti, durante la propria vita, di fermarsi a scrivere ripensando a quanto accaduto in passato; i bambini, per esempio, custodiscono un diario segreto dove, con un simbolico lucchetto, chiudono in poche pagine le emozioni e le esperienze di un periodo della loro vita.

Per gli adulti la questione si complica poiché, per essere efficace, la stesura del diario prevede delle regole che implicano l’esplicitazione di svariati contenuti richiedendo, dunque, una riflessione da parte di chi scrive circa ciò che ha vissuto.

Non tutte le persone sono disposte a narrare o hanno voglia di elaborare vissuti che, probabilmente, sono stati dolorosi o che hanno avuto importanza durante la propria vita, e questo perché ciò implica il dover mettere in discussione e, talvolta in crisi, il proprio equilibrio interiore; tuttavia la narrazione permette ad ognuno di conoscere aspetti del proprio Sé.

Sarebbe quindi molto bello se ognuno di noi imparasse a narrare ed a mettersi in discussione, in quanto questo permetterebbe una maggiore conoscenza delle emozioni, dei bisogni e delle proprie reazioni favorendo, quindi, una maggiore consapevolezza delle proprie azioni anche a livello sociale.

Se si porta l’attenzione ai molteplici comportamenti aggressivi presenti nell’odierna società, si può ipotizzare che se ognuno di noi conoscesse meglio se stesso potrebbe scegliere con maggiore consapevolezza non solo le situazioni sociali a lui più consone, ma anche le proprie relazioni interpersonali, migliorando, in tal modo, la propria qualità della vita; altrettanto importante è la capacità di adattamento che permette di dirigere il proprio comportamento associato agli aspetti emotivi a seconda della situazione che si vive.

In una società che esalta la bellezza del corpo e l’esteriorità, il messaggio è che scrivere, narrare e prendersi del tempo per conoscersi è sicuramente uno dei modi per migliorare la propria qualità della vita e la società in cui viviamo.

Anatomia della paura

di Claudia Corbari

 Articolo pubblicato nel Giornale on line Link Sicilia:

http://www.linksicilia.it/2012/12/anatomia-della-paura/

“Se non c’è paura non si combina niente di buono” (A. Baricco, Mr Gwyn).

La paura può essere definita come una “emozione primaria di difesa provocata da una situazione di pericolo

486ca084-e832-4c4d-9440-6ec29ca4f824_1200x499_0.5x0.5_1_crop

 

 

 

 

 

reale anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia” (Galimberti, 2006); è comprensibile, dunque, volerla allontanare a tutti i costi dalla propria esperienza di vita. (a destra, foto tratta da matteomaserati.it)

La reazione che il corpo manifesta nel momento in cui prova l’emozione paurosa è molto complessa, poiché interviene il sistema nervoso autonomo; quest’ultimo è responsabile delle reazioni organiche ed è in grado di preparare l’organismo alla situazione d’emergenza attivando generalmente due possibili reazioni: attacco e fuga.

Il corpo attiva, quindi, dei meccanismi di difesa funzionali atti a far fronte alla situazione paurosa che si verifica e, nello specifico, l’uomo attiva dei meccanismi di difesa primitivi grazie al circuito primitivo della paura ma, a differenza degli animali, possiede anche altri due circuiti denominati razionale e conscio.

Il circuito primitivo fa capo al sistema limbico ed, in particolare, all’ipotalamo e all’amigdala che si occupano rispettivamente della regolazione degli ormoni e di individuare l’intensità degli stimoli ricevuti; il circuito razionale è rappresentato dal collegamento tra la corteccia prefrontale ed il sistema limbico e permette di valutare le informazioni; infine, dal sistema conscio scaturisce una reazione più complessa di fronte al pericolo rilevato (Lavanco, 2003).

Accennare, seppur brevemente, a cosa accade nel momento in cui si sperimenta la paura è utile in quanto permette di non demonizzare un’emozione che può avere una sua funzione adattiva.

Infatti, se in alcune occasioni la paura può essere in grado di immobilizzarci non permettendoci di reagire o, addirittura, boicottando i nostri desideri, in altre situazioni essa ci permette di non reagire o agire in maniera non avventata rendendoci più prudenti ed facendoci evitare il rischio.

La paura non deve quindi essere evitata, ma accettata, rispettata ed interpretata come un campanellino d’allarme dinnanzi ad un evento dal quale non bisogna fuggire. L’ideale sarebbe, quindi, riuscire a gestire ed affrontare le paure prendendo coscienza che la fuga è spesso una soluzione a breve termine e che invece, molto spesso, le situazioni vanno affrontate con consapevolezza ed informazione.

Sapendo che la paura ha un suo decorso ed influenza l’individuo sia a livello fisico, sia a livello psicologico, la cosa più corretta da fare sarebbe proprio cercare di comprendere quali sono le cause dell’intensa emozione provata, attribuendo un significato a ciò che si sta vivendo. In tal senso, lo psicologo lavora sull’attribuzione di senso e di significato rispetto a ciò che il paziente sta vivendo e sulla percezione che il soggetto ha relativamente alle sue azioni.

È chiaro che, come sempre, lo psicologo è un professionista che si occupa di aiutare e supportare gli altri solo ed esclusivamente nel caso in cui questi ultimi vogliano essere aiutati agendo attivamente nel proprio percorso. La delega delle proprie problematiche allo psicologo non serve certo a risolverle, ma a fuggire da ciò che appartiene intimamente a se stessi.

Riferimenti:

Lavanco G., 2003. Psicologia dei disastri. Comunità e globalizzazione della paura. Milano: Franco Angeli.

Galimberti U., 2006. Dizionario di psicologia. Bergamo: Gruppo Editoriale l’Espresso.

Gli ostacoli nella vita? Si possono superare

di Claudia Corbari

 Articolo pubblicato nel Giornale on line Link Sicilia:

http://www.linksicilia.it/2012/12/gli-ostacoli-nella-vita-si-possono-superare/

In genere al termine “crisi” viene attribuita un’accezione negativa e quindi, per la maggior parte degli individui, la crisi è qualcosa da evitare o da allontanare il prima possibile.

In ambito psicologico la crisi ha assunto nuovi significati discostandosi dal senso comune.

Paul Claude Racamier ha scritto: “La nozione di crisi si pone tra il registro della normalità e della patologia: attraversa nello stesso tempo il normale ed il patologico ed il suo interesse sta nel fatto che si pone a cavallo tra questi due registri”. L’autore ha affermato che, affinché si possa parlare di crisi, è necessario che il soggetto si trovi di fronte alla rottura di un equilibrio psichico già raggiunto precedentemente; tale stravolgimento di equilibrio può avvenire a causa di una pressione interna o esterna all’individuo.

La crisi viene quindi intesa come un momento cruciale per la vita di ognuno, poiché in grado di dare avvio ad un processo di cambiamento. Nella prima fase di crisi emerge, da parte del soggetto interessato, un approccio differente all’equilibrio prima raggiunto; quest’ultimo può infatti non essere più soddisfacente, oppure può aver soddisfatto la funzione che svolgeva fino a quel momento e, in ogni caso, non è più considerato come l’unica alternativa possibile di approccio alla realtà.

Parlare di crisi significa, quindi, fare riferimento ad ampi spazi della vita dell’individuo e questo perché essa può manifestarsi in svariati momenti e riferirsi ai più improbabili aspetti della vita; tuttavia ciò che accomuna i momenti di crisi è la possibilità di cambiamento.

Il momento critico, inoltre, permette di comprendere quali sono le risorse energetiche disponibili ed in che modo queste possono essere utilizzate per una raggiungere una maggiore consapevolezza di sé. Una crisi riconosciuta, affrontata e superata viene intesa, in psicologia, come l’opportunità di una nuova nascita grazie alla quale poter conoscere altri aspetti della propria personalità.

Si nota dunque che la crisi non necessariamente deve essere considerata come un momento negativo, ma come una possibilità di crescita e cambiamento positivo; tuttavia, nel caso in cui l’individuo non dovesse trovare le risorse disponibili ad affrontarla, è necessaria un’azione di supporto da parte di un professionista.

Lo psicologo, a differenza dell’amico ed in qualità di professionista, entra in sintonia con il paziente mantenendo un certo distacco dalla storia personale del soggetto e riuscendo a fornirgli supporto grazie alla propria preparazione. Uno degli obiettivi dello psicologo è la crescita ed il raggiungimento della consapevolezza di sé nel paziente in modo che questo acquisisca le risorse che in futuro gli permetteranno di affrontare più agevolmente periodi critici.

Per concludere, alla classica affermazione: “Io non ho bisogno di uno psicologo, non sono pazzo!”, è possibile contrapporre il riconoscimento dell’importanza del dialogo e del supporto di cui ognuno di noi ha bisogno in alcuni momenti della vita. E allora, se lo psicologo è in grado di supportarci e di farci superare i momenti di grave crisi che affrontiamo durante la nostra esistenza, viene da chiedersi: perché non andare?