L’anziano: il periodo della costruzione e non della distruzione!

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Buona lettura a tutti!

Una problematica sociale molto pressante è quella relativa all’invecchiamento della popolazione ed a tutte le difficoltà che le famiglie affrontano con parenti e genitori che, sofferenti o meno, hanno bisogno di attenzioni e cure particolari.

Spesso ad avere più difficoltà sono le donne che, oltre ad essere impegnate nella loro attività lavorativa e nella gestione della famiglia, si trovano a dover accudire i parenti anziani.

Ogni giorno bisogna infatti fare i conti sia con le difficoltà materiali ed economiche, sia con quelle culturali e sociali, pregiudizi compresi.

Siamo stati abituati a pensare lo sviluppo come un processo di crescita che, ad un certo punto, si trasforma in totale declino. Da qui sono nati i migliaia di metodi per cercare di ringiovanire e combattere un’età tanto odiata dalla maggior parte della gente; odio che spesso porta con sé un vissuto di disagio che, da fisico, si trasforma in psichico e sociale.

Ma cosa accade davvero? In che modo l’anzianità può essere trasformata in opportunità di crescita e scoperta di nuove capacità?

Uno studioso molto rilevante in ambito psicologico, Erik Erikson, ha affermato che nel corso di tutta la vita l’individuo deve affrontare dei “compiti di sviluppo” che, nella vecchiaia, consistono in una vera e propria ristrutturazione dell’identità.

In età anziana, infatti, grazie alla maggiore disponibilità di tempo durante il giorno, la persona potrà fare dei bilanci sul passato ed attribuire un nuovo senso al proprio presente.

La riorganizzazione della personalità deriva da molti aspetti e, tra questi, vi sono:

  • lo status sociale, considerato che la persona si troverà fuori dai contesti produttivi ed entrerà in quelli sanitari ed assistenziali;

  • l’immagine corporea che cambia radicalmente;

  • il deterioramento delle funzioni mnestiche, attentive e percettive.

Tuttavia il singolo cittadino può contribuire al miglioramento della qualità della vita dell’anziano e dei suoi familiari, considerandolo una risorsa della nostra società e non un peso, dal momento che le sue esperienze e conoscenze possono essere fonte di arricchimento per ognuno.

Bisogna quindi puntare sulla possibilità di compensare le mancanze con le quali l’anziano si scontra promuovendone uno stile di vita attivo che abbia alla base la più grande risorsa che un anziano possa avere: l’affettività.

In un momento in cui il rischio di sprofondare in uno stato di depressione o di isolamento, sia esso reale o percepito, è molto alto, l’affettività può compensare le perdite cognitive.

Un “invecchiamento riuscito” è dunque quello in cui la persona riesce a porsi degli obiettivi grazie alla capacità di ottimizzare le sue risorse.

Isolamento e deterioramento cognitivo dell’anziano possono essere aggirati attraverso interventi di prevenzione e di sviluppo di nuove abilità che gli permettano di sentirsi coinvolto e di percepire fiducia intorno e dentro di sé.

Possono essere molteplici le tecniche da utilizzare con la persona anziana e, l’aumento delle speranze di vita insieme all’invecchiamento della popolazione, deve renderci consapevoli dell’esigenza di prevenire o comunque ritardare l’insorgenza di deficit mentali che contribuiscono, tra l’altro, ad aumentare in modo esponenziale la spesa sanitaria.

È possibile fare ciò mediante interventi prettamente medici e rivolti alla salute fisica della persona, ma è altresì necessario spronare l’anziano ad essere mentalmente attivo.

Può essere, quindi, molto utile partecipare a laboratori informatici, musicali o di canto, teatrali o di TeatroComunità, di attività motoria o di psicomotricità, così come è fondamentale la stimolazione cognitiva e sensoriale mediante esercizi finalizzati ad allenare la memoria, la scrittura e la lettura; altro importante aspetto da non sottovalutare è quello relazionale che potrà essere coltivato grazie anche alle uscite sul territorio.

Ma quindi come scegliere il contesto giusto per i propri genitori e cosa fare per migliorare il loro benessere anche in età anziana?

Innanzi tutto è molto importante comprendere quali sono le esigenze dell’anziano.

Ricordiamo che la scelta di rimanere nella propria casa o di proporre al proprio familiare di andare in quella che viene definita, in modo più meno discutibile, “casa di riposo” non deve partire da pregiudizi culturali, ma dalle possibilità che una tale scelta potrebbe dare alla persona interessata.

Partendo quindi da un interesse reale per la salute non solo fisica, ma anche psichica della persona, è necessario scegliere il contesto sulla base di alcune caratteristiche fondamentali:

– condizioni igienico-sanitarie adeguate a garantire il benessere fisico dell’anziano accostate ad una costante assistenza sanitaria da parte di personale esperto che sappia anche come rivolgersi all’anziano;

– presenza di attività che possano stimolare l’anziano a livello cognitivo, mnemonico ed intellettuale;

– presenza di operatori dediti alle attività sociali mediante la gestione di laboratori come quelli prima accennati o attività quotidiane finalizzate anche a lenire il sentimento di solitudine che spesso l’anziano vive;

-presenza di operatori dediti all’ascolto ed al sostegno psicologico dell’anziano stesso;

–adeguati spazi nei quali la persona potrà mantenere la sua privacy, così come socializzare con gli altri;

-un contesto nel quale l’anziano venga messo a proprio agio in un clima che possa facilitare ed incrementare la sua serenità.

Dunque, in base a ciò che è stato detto, è possibile migliorare la qualità della vita degli anziani aiutandoli ad agire e a mantenere o scoprire nuove abilità e passioni mediante le molteplici attività che possono essere proposte nei contesti più svariati.

In tal modo l’anziano non potrà essere considerato un peso all’interno della società, ma quale fonte di ricchezza.

Perché in fondo, chi meglio dell’anziano potrà raccontarci la storia dei nostri affetti?

Dott.ssa Claudia Corbari

 

Autismo: cos’è, come si manifesta e le diverse terapie

E’ con un articolo che tratta il Disturbo dello Spettro Autistico che inizia la mia collaborazione con Eticamente.net!autismo

 

Buona lettura a tutti!

Autismo: da cosa è determinato?

Quando si parla di Autismo, definito in termini più tecnici come Disturbo dello Spettro Autistico – DSA, ci si riferisce ad un disturbo caratterizzato da difficoltà nello sviluppo sociale, nella capacità di comunicare e nel gioco, così come da comportamenti ed interessi ristretti.

Il bambino, per sua natura, tende ad interagire con gli altri esseri umani ma, affinché possa sviluppare questa sua indole, è necessario che sia inserito in un contesto in grado di facilitare tali interazioni spontanee.

Osservando un neonato si può infatti notare che già a partire dal secondo-terzo mese di vita egli inizierà ad interagire e che sarà in grado di rispondere alle espressioni della madre già dalla settima-ottava settimana.

L’innata capacità di imitare permette, infatti, al bambino di condividere le proprie emozioni con gli altri attraverso il linguaggio non verbale che sarà poi accostato da quello verbale e consapevole.

Altro aspetto molto importante è relativo allo sviluppo dell’attenzione condivisa, ovvero della capacità, da parte del bambino, di comprendere che le persone che lo circondano hanno obiettivi da condividere; infine il bambino riuscirà a capire che le altre persone sono dotate anche di intenzioni e che quindi è possibile non solo condividere, ma neanche collaborare con loro.

Chiaramente, così come per gli altri disturbi, anche per quello dello Spettro Autistico è necessario che vengano soddisfatti specifici criteri affinché possa essere diagnosticato e, in genere, tali criteri sono facilmente riscontrabili quando il bambino avrà compiuto 3-4 anni.

Ma quindi, quali problematiche si riscontrano in un bambino autistico?

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Intorno ai 2 anni si possono notare dei comportamenti anomali rispetto al normale sviluppo.

Il bambino manifesta infatti una mancanza di interesse nei confronti dei suoi coetanei ed un contatto oculare molto ridotto; anche lo sviluppo dell’attenzione condivisa presenta dei ritardi accompagnati da quelli relativi all’espressione delle emozioni, e da una scarsa imitazione vocale e motoria.

Il bambino con DSA avrà inoltre alcune difficoltà a comprendere gesti convenzionali e, in alcuni casi, potrà mettere in atto dei comportamenti ripetitivi.

La mancanza di interesse per il viso umano compromette lo sviluppo delle abilità sociali così come quello cerebrale.

Nel bambino autistico si riscontrano, quindi, alcune disfunzioni neurobiologiche: un ridotto funzionamento dell’amigdala è responsabile della difficoltà di questi bambini di percepire le espressioni facciali; quello della corteccia prefrontale dorsomediale influisce sulla capacità di pensare sui pensieri degli altri, sulle intenzioni e sulle emozioni e, infine, una ridotta attività dei neuroni specchio causa delle difficoltà nella rappresentazione e comprensione delle azioni e delle esperienze altrui.

Risulta quindi evidente il legame tra le disfunzioni neurobiologiche e quelle sociali.

Non tutti i bambini con DSA presentano lo stesso livello di gravità e, se il trattamento terapeutico viene intrapreso in età precoce e associato alle giuste sollecitazioni esterne, il bambino potrà migliorare notevolmente. Affinché ciò avvenga è necessaria una sensibilità da parte di chi si prende cura di lui: più un genitore sarà informato ed attento ai bisogni del bambino, più facilmente potrà essere in grado di riconoscere problematiche nello sviluppo e chiedere il supporto di uno specialista.

Autismo: trattamenti terapeutici

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Esistono molteplici trattamenti terapeutici per il Disturbo Autistico:

1- Analisi Comportamentale Applicata (ABA), è finalizzata a modificare il comportamento del bambino al fine di renderlo funzionale ai compiti della vita di ogni giorno. Gli interventi ABA a lungo termine permettono di migliorare dal punto di vista cognitivo, linguistico e adattivo e, i miglioramenti riscontrati nel funzionamento emotivo, cognitivo, sociale e motorio vengono mantenuti a lungo termine e generalizzati ad altre situazioni. In Italia sono presenti svariati centri ABA che è possibile consultare mediante una semplicissima ricerca in rete dei siti specializzati sui Disturbi dello Spettro Autistico.

2- Animal Assited Therapy, che ricorre agli animali per migliorare le abilità sociali e relazionali del bambino autistico. Le terapie vengono spesso effettuate con cani (pet-therapy) e cavalli (ippoterapia).

3- TEACCH, nonché l’insieme dei servizi rivolti a soggetti autistici che prevede una totale presa in carico del paziente. L’obiettivo ultimo sarà quello di favorire l’autonomia della persona.

4- Metodo Etodinamico, che si prefigge di sviluppare le potenzialità emotive e la collaborazione tra il bambino e i genitori e si svolge in un contesto spazioso e con attrezzature specifiche in cui il bambino potrà muoversi liberamente.

5- TED, si basa sull’interazione tra il bambino e gli operatori al fine di incoraggiare il bambino a prendere iniziative ed a migliorare le sue abilità sociali.

6- Psicomotricità, che utilizza il corpo, le parole e la stimolazione sensoriale ed emotiva per permettere al bambino di agire in modo differente stimolando il piacere di fare, pensare e comunicare.

7- Metodo Delacato, nonché un programma neuro-riabilitativo che ha come obiettivo quello di correggere i disturbi del comportamento dei bambini autistici.

Per quanto riguarda invece la terapia farmacologica, essa è da considerarsi come un singolo aspetto di un intervento terapeutico molto articolato. Ad ogni modo è fondamentale che vengano valutate le conseguenze, positive o negative, dell’utilizzo del farmaco in base alla specifica terapia del bambino. È infatti probabile che i cambiamenti comportamentali, del contesto casalingo e delle abitudini cui la terapia mira, siano sufficienti a evitare o moderare l’assunzione della terapia farmacologica.

Il ruolo della famiglia

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I familiari hanno un ruolo determinante sia nel riconoscimento dei sintomi che il bambino manifesta e, quindi, nella richiesta di aiuto, sia nella gestione degli spazi in casa e nel proprio inserimento nel programma educativo rivolto al bambino autistico.

I genitori possono, infatti, rendere l’ambiente casalingo facilmente vivibile per il bambino riducendo i limiti di spazio e creando il più possibile un clima sereno ed idoneo al miglioramento delle interazioni tra genitore e figlio.

Alcune attività potranno poi essere svolte tranquillamente a casa prendendo specifici accorgimenti al fine di trasformare ogni momento in occasione di apprendimento per il proprio bambino.

Molto utile può essere, infatti, mettere a disposizione del bambino una serie di giochi sui quali potrà portare l’attenzione con l’aiuto del genitore che lo stimolerà a fare osservazioni sull’oggetto stesso.

Fare domande sull’oggetto ed attendere una riposta permetterà al bambino di allenarsi a livello cognitivo, linguistico e sociale. Tra gli accorgimenti vi è quello di evitare di far fissare il bambino con un oggetto specifico.

Infine, bisogna sempre tenere in considerazione che i genitori attenti sono coloro che più di chiunque altro conoscono i propri figli e che, per questa ragione, potranno comprendere quali interventi possano essere più utili per migliorarne la qualità della vita del proprio bambino.

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Dott.ssa Claudia Corbari

“Io sono così, punto e basta!”

di Claudia Corbari

Spesso parlando di identità si fa un po’ di confusione tendendo ad accostare ad essa aggettivi che la definiscono nei modi più svariati, facendo perdere il senso della sua costruzione.

Ma allora cosa intende la psicologia quando affronta il tema dell’identità?

Pregiudizi e confusione possono essere superati grazie alla conoscenza.

Con il termine identità in psicologia si intende l’identità personale, ovvero il senso del proprio essere continuo attraverso il tempo e distinto da tutti gli altri.

L’identità non è data a priori, ma si costruisce attraverso la memoria e, dunque, dalla relazione che essa instaura tra il passato e il presente dell’individuo; proprio in virtù di ciò si parla di identità o crisi dell’identità, indicando la solidità o la fragilità di questa importante costruzione.

La correlazione tra memoria ed identità si manifesta nello sviluppo e nel mantenimento della cosiddetta “memoria autobiografica”, intesa come la capacità di conservare le informazioni e le conoscenze legate al sé a partire dalla seconda infanzia.

La memoria autobiografica è quindi ricordare di sé, del proprio passato, delle proprie esperienze ed essere in grado di localizzarle nel tempo e nello spazio; tale tipo di memoria attribuisce unitarietà e distintività alla persona e permette quindi di sperimentare la continuità tra passato e presente e, di conseguenza, assolve notevoli funzioni legate al riconoscimento della propria identità.

Dello sviluppo dell’identità si è molto occupato lo psicologo e psicanalista Erik Erikson, il quale ha introdotto, nello studio di essa, una dimensione sociale ed ha considerato come fondamentale la relazione tra l’individuo e l’ambiente sia nello sviluppo normale, sia in quello patologico.

Gli “stadi psicosociali” che lo studioso ha introdotto, considerando lo sviluppo come un’evoluzione caratterizzata dal superamento di stadi costituiti da specifici compiti di sviluppo, sono definiti da modalità sociali: Erikson parte infatti dall’ipotesi che la psicopatologia e i tratti di personalità disfunzionali degli adulti possano avere origine nel fallimento dei compiti che la persona dovrebbe portare a termine in ogni specifico stadio.

Le conseguenze di tali crisi possono essere sia positive che negative e, se esse non hanno avuto una soluzione soddisfacente, nei successivi stadi l’individuo continuerà a combattere le stesse battaglie.

La persona sarà quindi alla continua ricerca dell’identità che si configura come la comprensione e l’accettazione del sé e della propria società.

Quando pensiamo che il concetto “Io sono così, punto e basta!” sia assoluto, dobbiamo riflettere sulla teoria appena esposta e dobbiamo renderci conto che la nostra personalità è in continuo sviluppo e che quindi, insieme al contesto in cui viviamo, ne siamo co-costruttori.

Sembra quindi che la volontà e la percezione che ognuno di noi ha di sé siano determinanti per la crescita personale.

Bullismo: chi è la vittima?

di Claudia Corbari

Il bullismo è un fenomeno molto rilevante nella società in cui viviamo.

Le vittime possono avere caratteristiche parecchio diverse tra loro e, le modalità con le quali viene agito, possono essere le più svariate.bullismo

Ci si interroga su come un giovane ragazzo possa essere aggressivo al punto da commettere azioni in grado di ledere la salute di un’altra persona e, di frequente, il mondo degli adulti non riesce a riconoscere le motivazioni che stanno alla base dell’azione stessa.

Ad incentivare il bullismo è spesso la voglia di apparire, che trova oggi più che mai, la sua espressione attraverso la videoregistrazione dell’atto in sé e la sua diffusione in rete; il consenso da parte dei coetanei non è altro che un’ulteriore spinta a continuare ad agire.

Essere attenti ai vissuti emotivi dei ragazzi e capaci di ascoltarne i loro bisogni è il primo ed importante passo per prevenire azioni aggressive e rispondere alle reali esigenze che l’adolescenza fa emergere in ognuno.

Se interessarsi del bullo e comprendere le motivazioni che lo hanno spinto ad agire è molto importante, riuscire ad avere un quadro un po’ più chiaro di chi sia la vittima del bullismo, può essere fondamentale per agire preventivamente.

È bene sapere, infatti, che la vittima non viene scelta casualmente, ma in base alla sua diversità rispetto alle caratteristiche condivise dal gruppo di appartenenza; spesso la vittima viene utilizzata come capro espiatorio e su di essa vengono riversate tutte le paure, le tensioni e le negatività del gruppo stesso. In tal modo, allontanare quel membro dal gruppo permette di mantenere una coerenza ed una coesione tra coloro i quali possiedono caratteristiche comuni.

Ma le vittime non sono tutte uguali e, per riconoscerle, può essere utile sapere che se ne distinguono due tipi: passive e provocatrici.

A scuola le vittime passive vengono spesso aggredite fisicamente ma non riescono a difendersi; vengono coinvolte in scontri dai quali escono di frequente con tagli, graffi e lividi; vengono derise ripetutamente o escluse dai compagni durante le ore in cui potrebbero socializzare. Spesso questa tipologia di vittima non riesce ad avere molti amici con i quali condividere il proprio tempo libero o studiare e, pur di adeguarsi alle minacce subite dai bulli, può arrivare a nascondere il proprio disagio ai genitori.

Il vissuto delle vittime passive è molto complesso. La maggior parte di loro ha una scarsa autostima e difficoltà a parlare in pubblico a causa di un’ansia elevata ma, l’aspetto che deve essere tenuto d’occhio dagli adulti, è quello relativo allo scarso riconoscimento delle proprie emozioni ed alla conseguente difficoltà a chiedere aiuto in modo adeguato. La vittima passiva potrà, infatti, negare il problema al fine di annullare la propria sofferenza o addirittura colpevolizzarsi per il danno subito.

Molto diverso è invece il caso della vittima provocatrice che possiede un temperamento bollente e tende ad utilizzare la propria forza fisica. Le sue caratteristiche sono la goffaggine, la difficoltà di concentrazione e di controllo delle proprie emozioni; tutto ciò la porta ad avere delle reazioni esagerate e, talvolta, delle difficoltà anche a livello cognitivo. Il suo modo di chiedere aiuto è quello di attirare l’attenzione degli adulti nonostante spesso, proprio a causa delle sue caratteristiche, essa non sia ben voluta da questi ultimi.

I diretti effetti dell’essere vittimizzati sono i comportamenti autodistruttivi e depressivi che possono avere anche gravissime conseguenze in età adulta. L’ansia, la solitudine, l’insicurezza, la scarsa autostima, la passività e l’angoscia che le vittime vivono, provocano una serie di problematiche nell’instaurare rapporti sociali con i coetanei.

Come in moltissimi altri casi, conoscere e saper riconoscere le caratteristiche del bullismo permette a genitori, insegnanti, operatori sociali e alla popolazione in genere, di segnalare e prevenire comportamenti che possano avere importanti conseguenze a livello individuale e sociale.

Promuovere dettagliatamente la conoscenza del fenomeno del bullismo e progettare interventi tesi a sensibilizzare, nei molteplici contesti, coloro i quali quotidianamente si trovano a contatto con i ragazzi, potrebbe senz’altro essere la strategia vincente per prevenire ed arginare questo importante problema sociale.

Per contattare la Dott.ssa Claudia Corbari, inviare una e-mail al seguente indirizzo: corbariclaudia@gmail.com

Vuoi davvero vivere una vita “a metà”?

Articolo pubblicato su Psiche.org

di Claudia Corbari

“Ho visto un angelo nel marmo e ho scolpito fino a liberarlo”
(Michelangelo Buonarroti)

In una canzone di un artista italiano con un look particolare, il viso buffo, i capelli in aria e lo sguardo stralunato troviamo parecchi contenuti interessanti che fanno riflettere.

La canzone è “Canzone a metà” e l’artista è Caparezza.caparezza_1

Come nella maggior parte delle sue canzoni, il titolo rimanda solo ad uno degli argomenti trattati e si riferisce, in modo leggero, a qualcosa che può sembrare esclusivamente artistico. In realtà il cantautore fa chiaro riferimento ad una condizione esistenziale che molte persone sperimentano nel corso della vita, ovvero la sensazione di vivere la propria esistenza “a metà”.

Al contempo, come sua abitudine, Caparezza cita opere, film e chi più ne ha più ne metta, che rimandano alla condizione di prigionia che riconcilia col mondo.

Quante volte nel corso della nostra vita abbiamo avuto paura di concludere un percorso? Di fallire o di varcare il confine? Quante volte abbiamo rinunciato a qualcosa di importante per paura di sbagliare e quante volte ci siamo sentiti incompleti?

A periodi alterni questa è una sensazione che moltissima gente vive ed è spesso quella che gli psicologi e gli psicoterapeuti affrontano durante le sedute con i pazienti che, il più delle volte, hanno difficoltà a capire da dove nasca quella maledetta sensazione di vivere “a metà” e di essersi quasi ricongiunti con un mondo in cui questa sembra dover essere la normalità.

Sì, perché il mondo di oggi non sempre ci permette di avere il tempo di capire, nella frenesia delle giornate, cosa davvero sentiamo e desideriamo; ed è per questo che dovremmo essere noi a dedicarci del tempo.

Trovo geniale il riferimento del cantautore ai Prigioni di Michelangelo che darebbero quella sensazione di disagio in grado di riconciliare la persona col mondo.

Infine Caparezza canta:

Canzone a metà, volano poco come un foglio di carta piegato a metà.
Come i miei anni, gli sbagli, i ripensamenti, le cose fatte a metà.
Avrei vissuto un capolavoro se avessi fatto in tempo a..”

Credo che in alcuni casi ci si perda nel giustificare la propria infelicità o nel ripetersi che il momento giusto per cambiare le cose e per vivere il proprio “capolavoro” sia passato, sia stato perduto per sempre e, così, il rischio è quello di abituarsi e di far diventare la “condizione a metà” un vero e proprio stile di vita che conduce all’infelicità.

La cosa più bella è che molti di coloro che arrivano nello studio di uno psicologo riescono a darsi la possibilità di vivere la metà mancante, cercando gli spazi, i tempi, le passioni e la libertà di esprimersi che, da tempo, avevano perso per strada.

E lì, a quel punto, arriva la reale riconciliazione con la bellezza di quel mondo che solo sporadicamente riusciamo ad osservare.

Tutti parlano di come vorrebbero cambiare le cose, aiutando a mettere tutto a posto: ma alla fine, se tutto va bene, si riesce solo a sistemare se stessi. Ed è già un gran bel risultato, perché in questo modo si innesta un effetto a catena.” (Rob Reiner)

Genitori adolescenti: quali rischi?

Articolo pubblicato nel giornale on-line Link Sicilia:

http://palermo.meridionews.it/articolo/28124/genitori-adolescenti-quali-rischi/

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di Claudia Corbari

Sempre più spesso ci troviamo a fare i conti con accese discussioni circa il ruolo genitoriale.

Si parla di adozione, di famiglie monogenitoriali e di famiglie allargate, di inseminazione artificiale e di genitorialità omosessuale e, puntualmente, ci si interroga sulle questioni squisitamente etiche, così come sui rischi che comportano determinate scelte.

In questo articolo si vuole porre l’attenzione sulla genitorialità in adolescenza e sui rischi ad essa connessi.

L’adolescenza è, di per sé, un periodo molto critico della vita in quanto comporta trasformazioni di tipo fisico, cognitivo e sociale che possono avere forti ripercussioni sulle competenze genitoriali e sulle relazioni tra madre e bambino.

Nel corso del periodo adolescenziale, infatti, la persona vive due importanti compiti di sviluppo: l’integrazione nell’immagine di sé delle trasformazioni fisiche e, quindi, somatiche e sessuali conseguenti alla pubertà, e la presa di distanza dai modelli genitoriali che, fino a quel momento, si configuravano come linee guida.

Queste trasformazioni, se vissute durante una gravidanza e la nascita del pargolo, possono avere importanti e negative ripercussioni sulla vita di madre e figlio.

Allontanarsi dalla figura materna comporta un gran cambiamento per la ragazza che, da un lato sarà ancora coinvolta nei conflitti di una figlia adolescente e, dall’altro, dovrà assumere dei compiti materni. L’adolescenza, d’altro canto, è il periodo delle ambivalenze e così, una gravidanza a quell’età porterà con sé sia la spinta a sfuggire dalle difficili dinamiche di separazione ed individuazione dalla figura materna o, più in generale, dai genitori, sia la conferma che il proprio corpo funzioni esattamente come quello della propria madre.

Tutti questi conflitti, associati alle rappresentazioni e alle aspettative con le quali tutti i neo-genitori devono fare i conti e che preparano al faticoso compito di accettazione ed accoglienza del nuovo arrivato, nel caso dell’adolescente possono essere di ostacolo alla costruzione dell’identità femminile prima che di quella materna e possono quindi impedire lo sviluppo di un Sé genitoriale adeguato e competente.

Gli studi che sono stati fatti in merito hanno evidenziato che le mamme adolescenti, in misura maggiore rispetto a quelle adulte, possono presentare sintomi depressivi, così come abusare di sostanze e maltrattare i propri figli; possono inoltre provare un maggior numero di emozioni negative e, a causa dei compiti di sviluppo sopra citati, avere una scarsa autostima.

Oggi diamo per assodato che il comportamento, così come lo stato d’animo del genitore, possa avere delle importanti ripercussioni nella vita dei figli e, per l’appunto, nel caso di genitori con scarsa autostima, come può più spesso accadere negli adolescenti, il figlio potrà avere delle difficoltà ad autoregolarsi e a controllarsi; queste problematiche potranno presentarsi, in età scolare, sotto forma di difficoltà nelle funzioni cognitive che potranno influenzare le relazioni sociali.

È inoltre provato che i figli di madri depresse, siano esse adulte o adolescenti, possano sviluppare dei pattern di interazione affettiva disadattivi o essere passivi nello stile di adattamento all’ambiente circostante. Gli stili di attaccamento che il più delle volte sviluppano questi bambini sono quelli evitante e disorganizzato che, per i profani, sono stili di attaccamento parecchio problematici per i quali l’approfondimento è rimandato ad un prossimo articolo.

Adesso ci si limita a sensibilizzare il lettore, mediante questi brevi riferimenti psicologici, a riflettere sull’importanza di una visione che non sia esclusivamente morale, etica o culturale circa la concezione di genitorialità o di famiglia possibile, ma di portare l’attenzione sul benessere di chi la la famiglia la vive, considerando non solo il genere sessuale o ciò che culturalmente appare assodato, ma quali siano le condizioni per far cresce sani i bambini.

Per contattare la Dott.ssa Claudia Corbari, inviare una e-mail al seguente indirizzo: corbariclaudia@gmail.com

Riferimenti bibliografici:

Ammaniti M., 2010. Psicopatologia dello sviluppo. Modelli teorici e percorsi a rischio. Milano: Raffaello Cortina Editore.

L’altra faccia del perfezionismo: perché non bisogna esagerare

Articolo pubblicato nel giornale on-line Link Sicilia:

http://www.linksicilia.it/2014/09/laltra-faccia-del-perfezionismo-perche-non-bisogna-esagerare/

perfezionismo

di Claudia Corbari

In una società come quella occidentale, nella quale per inserirsi lavorativamente ed essere riconosciuti socialmente bisogna formarsi per l’intera esistenza ed essere super-specializzati, quali sono le risorse personali chiamate in causa? Quali le conseguenze a livello psichico e comportamentale?

La nostra è senza dubbio una società in cui, per sperare di riuscire, bisogna perfezionare le proprie conoscenze e competenze; il mondo del lavoro e gli studi superiori contribuiscono a rafforzare le tendenze perfezionistiche e istigano la persona ad approfondire specifici settori oltre che a “collezionare” titoli con il massimo dei voti e questo perché “sapere tutto” o, in ogni caso, più degli altri è diventato indispensabile per sfondare nel proprio campo di interesse.

Ma cosa si intende per perfezionismo? In che modo esso influisce nella nostra vita?

Il perfezionismo è un tratto molto importante della nostra personalità. Essere perfezionisti, infatti, equivale ad essere accurati in ciò che facciamo, ad essere efficaci e a sfidare se stessi ponendosi specifici obiettivi da raggiungere. Tale tratto, quindi, può migliorare il nostro operato e renderci soddisfatti di noi stessi, contribuendo ad aumentare la nostra autostima nel momento in cui i risultati raggiunti coincidono con gli obiettivi che ci eravamo posti.

Tuttavia il perfezionismo può assumere proporzioni esagerate e diventare una vera e propria patologia nel momento in cui si trasforma in ossessione. Le conseguenze di tale trasformazione possono essere devastanti per la persona interessata, così come per coloro che le stanno accanto.

Ma esistono diverse tipologie di perfezionismo? La risposta è sì.

Il perfezionismo, infatti, può essere orientato verso se stessi, verso gli altri o verso l’ambiente sociale; ognuna di queste tipologie comporta specifiche conseguenze positive e/o negative.

Il perfezionismo rivolto verso se stessi non implica necessariamente lo svilupparsi di una patologia, ma può provocare un forte stress nell’individuo che, nei casi limite, potrà porsi obiettivi irraggiungibili che lo condurranno ad una svalutazione di Sé.

Il perfezionismo verso l’ambiente sociale consiste nella tendenza a raggiungere la perfezione per soddisfare aspettative del mondo esterno e potrà avere come conseguenza l’incapacità di leggere i propri desideri.

Infine, la terza tipologia e, quindi, quella del perfezionismo rivolto verso gli altri, potrà avere degli effetti devastanti, in particolare nelle relazioni, poiché la persona tenderà a svalutare e criticare continuamente il proprio partner.

Il perfezionista patologico, quindi, avrà delle aspettative irrealistiche associate ad obiettivi irraggiungibili che comportano la sfiducia in se stessi; al contempo sarà particolarmente sensibile alle critiche ed avrà il timore di fallire.

Le origini di tali tratti patologici ci riconducono al vissuto della persona, ovvero alle dinamiche sociali e familiari.

La famiglia e la società possono, infatti, aver effettuato sin dall’infanzia specifiche pressioni sulla persona che potrà essersi adattata portando sempre più l’attenzione alle aspettative esterne piuttosto che ai propri desideri. Tale dinamica, cruciale per lo sviluppo di disturbi quali quello del perfezionismo patologico, facilita lo svilupparsi dell’idea che avere il totale controllo del mondo circostante e, quindi, dei propri comportamenti, possa evitare imprevisti e situazioni fuori programma che potrebbero far sentire la persona vulnerabile e, quindi, a rischio.

Ma allora, quali sono le condizioni che ci fanno comprendere che il perfezionismo sia diventato una vera e propria patologia?

Il film “Qualcosa è cambiato”, interpretato sapientemente da Jack Nicholson, può dare un’idea di come la perfezione possa trasformarsi in ossessione e compulsione e, in tal modo, interferire notevolmente con tutte le attività quotidiane della persona.

È possibile dunque comprendere quando il semplice perfezionismo sta diventando una patologia nel momento in cui esso interferisce con le più semplici attività quotidiane e coinvolge coloro i quali sono vicini alla persona interessata.

In virtù di ciò che è stato detto, le patologie maggiormente associate al perfezionismo patologico sono principalmente tre:

il disturbo ossessivo-compulsivo; l’ansia sociale e la depressione.

Il primo ha alla base l’esigenza di controllo degli oggetti e del propri gesti; l’ansia sociale, in questi casi generata da una eccessiva paura del giudizio altrui, limita notevolmente i contatti con gli altri e, infine, la depressione può essere causata dalla svalutazione di Sé e dalla perdita di autostima conseguentemente all’impossibilità di raggiungere i propri obiettivi.

Se da un lato, quindi, essere perfezionisti può aiutarci a migliorare la nostra vita facendoci raggiungere obiettivi che ci faranno essere fieri di noi, dall’altro è importante non esagerare e, ogni tanto, prendersi il lusso di essere un po’ imperfetti!

Per contattare la Dott.ssa Claudia Corbari, inviare una email al seguente indirizzo: corbariclaudia@gmail.com

Sindrome di Stoccolma: quando l’amore è per il proprio «carnefice»

 Articolo pubblicato nel Giornale on line Link Sicilia:
http://www.linksicilia.it/2014/08/sindrome-di-stoccolma-quando-lamore-e-per-il-proprio-carnefice/
di Claudia Corbari

Come può un ostaggio innamorarsi del proprio rapitore? Cosa accade realmente? Fino a che punto la mente umana può essere plasmata da situazioni altamente stressanti?

Sono queste le domande che molti di noi si pongono quando vengono a conoscenza di casi in cui persone insospettabili si siano innamorate dei propri carnefici ed abbiano iniziato a condividerne gli scopi di vita.

La «Sindrome di Stoccolma», coniata nel 1973 dal criminologo e psicologo Nils Bejerot, indica la catena affettiva che si sviluppa tra l’ostaggio ed il rapitore o, più in generale, tra la vittima e il carnefice, a partire dalla regressione pre-edipica.

Essa sembra essere una risposta automatica al trauma del diventare ostaggio di qualcuno che fa sì che si scatenino dinamiche per cui la vittima decide, spesso inconsciamente, che diventare amica del sequestratore o addirittura innamorarsene possa essere il modo migliore per sopravvivere alla situazione altamente stressante che sta vivendo.

Con questo articolo non si ha la pretesa di affrontare in modo esauriente un argomento di tale spessore, ma quantomeno si tenterà di sollevare quesiti al fine di comprendere che, probabilmente, ciò che in condizioni normali consideriamo assurdo, in situazioni altamente stressanti può accadere a chiunque. Da qui l’esigenza di astenersi dal giudicare una sindrome di tal genere, ma di comprendere i meccanismi che la fanno scatenare.

Viene spontaneo interrogarsi su come una persona che ha sempre avuto uno specifico temperamento e determinati valori possa, successivamente alla cattura, rinnegare il passato e stravolgere la propria vita mettendo in atto azioni aggressive o in contrasto con la sua personalità.

Per comprendere meglio lo stato mentale in cui si trova la vittima, bisogna prendere in considerazione alcuni fattori cruciali: lo shock psicologico che segue alla cattura, la disumanizzazione della vittima e la regressione pre-edipica della stessa.

Fortunatamente, se non in presenza di patologie conclamate, nessuno di noi esce di casa al mattino pensando di poter essere rapito o travolto da qualcosa di estremamente pericoloso e questo accade perché, volente o nolente, la nostra mente ha dei punti di riferimento che ci permettono di mettere in atto quotidianamente azioni che si basano su aspettative e routine.

Appare chiaro a tutti che l’essere presi in ostaggio è un evento che mette in una condizione di fortissimo stress la nostra mente e che fa crollare qualunque punto di rifermento presente fino a quel momento. La persona, infatti, è costretta a cambiare la sua condizione ed a vivere in modo repentino il passaggio dall’essere indipendente ad essere dipendente da un solo individuo: il suo rapitore.

Da quel momento in poi la pianificazione ed il controllo del proprio tempo sfuggono di mano e la vittima può vivere, conseguentemente allo stato di shock, una condizione di paralisi accompagnata da un’agitazione ansiosa che può arrivare fino alla confusione mentale.

In un primo momento non sarà in grado di analizzare ciò che le sta accadendo ma, da subito, la psiche cercherà di stabilire un nuovo equilibrio per sopravvivere all’evento traumatico; per fare ciò, la persona instaurerà una relazione con il proprio rapitore.

La totale dipendenza per qualunque aspetto della vita (mangiare, bere, andare in bagno) condurrà la vittima ad uno stato di regressione infantile (pre-edipico) che le farà vivere una relazione simile a quella che, durante l’infanzia, aveva vissuto con la madre; ciò avrà come diretta conseguenza l’attivazione di comportamenti che tipicamente il bambino ha nei confronti dei suoi genitori, ovvero l’identificazione, l’idealizzazione e l’amore.

Ma c’è di più: la vittima percepisce di essere merce di scambio e di essere dunque disumanizzata dal proprio rapitore e, quindi, inizia a percepirsi come oggetto piuttosto che come essere umano. L’identificazione con il proprio aggressore può avere origine anche da questo vissuto e può essere fomentata dal fatto che, in quei momenti, lui sarà l’unico a poter restituire il valore di persona alla vittima; ciò mediante una vicinanza agevolata dalla condizione di isolamento che entrambi, vittima e carnefice, sono costretti a vivere.

Infine, il sentimento di impotenza che la vittima sviluppa in relazione all’impossibilità di fuggire, contribuisce all’emergere della tentazione di collaborare con il proprio aggressore.

Perché, in fondo, percepirsi protagonisti delle proprie azioni è sempre meglio che sentirsi vittime inermi.

Foto tratta da larosanera.it

Per contattare la Dott.ssa Claudia Corbari, inviare una email al seguente indirizzo: corbariclaudia@gmail.com

Riferimenti bibliografici:

Strano M., 2003. Manuale di criminologia clinica. Firenze: SEE Editrice.

Le bombe sulla striscia di Gaza: questione di identità

 Articolo pubblicato nel Giornale on line Link Sicilia:
http://www.linksicilia.it/2014/08/le-bombre-sulla-striscia-di-gaza-questione-di-identita/
TRA I FONDAMENTALISMI IN CAMPO UN QUESTA GUERRA VI E’ UNA RIVENDICAZIONE DEL CONTROLLO DELLO STESSO TERRITORIO IN BASE A CONCEZIONI PER LO PIU’ ETNICHE, CULTURALI, RELIGIOSE E NAZIONALISTICHE

di Claudia Corbari

Guerra, bombe e morte. Termini che al solo pronunciarsi non possono che scuotere in qualche misura ogni coscienza umana; termini che racchiudono in sé un carico di dolore e sofferenza; termini che molti di noi conoscono solo come termini, racconti di esperienze terribili di chi del nostro popolo la guerra l’ha davvero vissuta.

Eppure da un’altra parte non molto distante da qui c’è chi di smettere di far guerra non ne vuole proprio sapere.

Le bombe che cadono sulla Striscia di Gaza e che vengono osservate come se fossero fuochi d’artificio dagli israeliani, comodamente seduti su sedie e divani e al sicuro da quella guerra che sta distruggendo la vita di moltissimi palestinesi, non trovano comprensione in chi non cerca di capire quali possano essere le cause che spingono un intero popolo a comportarsi in tal modo.

E da questa guerra nessuno è escluso; neanche l’ingenuità e la dolcezza di un bambino vengono graziate.

Per comprendere il conflitto israelo/palestinese è necessario considerarlo come un confronto tra identità etniche in cui anche il territorio assume una particolare rilevanza.

Per questi due gruppi non è infatti possibile parlare di identità per così dire “uniche”, in quanto da un lato troviamo gli “ebrei” e al contempo “israeliani” e “sionisti” e, dall’altro, i “musulmani”, “palestinesi” e “palestinesi cristiani”; neanche il territorio ha un’unica identità dal momento che viene chiamato Israele dagli uni e Palestina dagli altri.

Ma, venendo al dunque, come può l’affermazione dell’identità di un popolo portare tanta sofferenza e distruzione? Per cosa si combatte? Per quale ideale?

È necessario considerare l’identità quale costrutto culturale e sociale che non si definisce una volta per tutte, ma che si modifica nel tempo in quanto frutto di una scelta e di un’adesione, più o meno consapevole, a determinati valori influenzati anche dall’ambiente circostante.

Alla base della costruzione dell’identità personale troviamo quindi un processo di identificazione con alcuni dei modelli o identità collettive che vengono proposte dall’ambiente sociale.

Se si accetta, quindi, l’idea che nell’individuo si stratificano una serie di identità collettive che possono prendere il sopravvento l’una sull’altra in base alle condizioni storiche e individuali, si ha la possibilità di comprendere come l’identità etnica possa sovrapporsi a quella nazionale o culturale.

Far parte, all’interno di una società più ampia, di un gruppo etnico che abbia una comune discendenza, custodisca una memoria storica e condivida credenze religiose, linguaggio e territorio, fa sì che si strutturi un sentimento di appartenenza che tenderà ad essere difeso a tutti i costi nel momento in cui verrà messo in crisi dallo straniero.

Questa è una delle dinamiche che è entrata in gioco anche nel caso del conflitto in corso in cui, tra i fondamentalismi religiosi in campo, vi è una rivendicazione del controllo dello stesso territorio in base a concezioni per lo più etniche, culturali, religiose e nazionalistiche.

Ugo Fabietti, docente di antropologia culturale presso l’Università Bocconi di Milano, ha affermato che il conflitto nasce al fine di controllare le risorse che acquisiscono un valore simbolico in quanto intrise di un valore sacro in termini religiosi e civili. E, se è il sacro a garantire l’ordine sociale e se, tra l’altro, la sacralità delle cose assume significati differenti per le diverse etnie, allora è chiaro il motivo per cui un popolo possa essere in grado di portare avanti un conflitto così distruttivo per molti anni.

Queste brevi osservazioni possono dunque darci le risposte alle domande che ci eravamo posti.

Nel momento in cui le risorse a disposizione scarseggiano o, addirittura, due popoli combattono per ottenere il controllo delle stesse, il conflitto diviene aspro e, con il tempo, assume sempre più una valenza simbolica, sostenuta dalla memoria collettiva che contribuisce a mitizzare il significato delle risorse in ballo.

In tal modo, nonostante possa sembrare paradossale, è possibile comprendere come mai intere famiglie riescano ad osservare le bombe sganciarsi su altre famiglie innocenti.

La disumanizzazione è alla base dei conflitti e, perciò, non è difficile immaginare che osservare certe scene possa rimandare ai propri ideali piuttosto che alla sofferenza umana.

È chiaro, dunque, che comprendere le dinamiche che stanno alla base dei comportamenti umani possa essere utile a tutti noi per gestire la nostra rabbia quando leggiamo notizie o vediamo immagini che ci feriscono emotivamente, e possano altresì aiutarci nella gestione della nostra quotidianità con la consapevolezza che dinamiche simili potrebbero riguardare tutti noi in quanto attori di contesti sociali che ci influenzano.

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Riferimenti bibliografici

Cossiga A.M., 2013. Identità a confronto. Breve manuale di antropologia dell’attualità. Roma: Eurilink Edizioni Srl.

Psicologo, psicoterapeuta, psichiatra: questi sconosciuti

 Articolo pubblicato nel Giornale on line Link Sicilia:

http://www.linksicilia.it/2014/07/psicologo-psicoterapeuta-psichiatra-questi-sconosciuti/

di Claudia Corbari

“Psicologo, psicoterapeuta, psichiatra: che differenza c’è? … tanto tutti e tre si occupano dei problemi mentali della gente!”

Queste tre figure professionali si occupano di analizzare i lati più profondi della mente dell’uomo, e sfruttano le proprie conoscenze e i propri strumenti al fine di risolvere un problema presentato da un committente. Un’attività tanto profonda quanto sensibile che genera nell’opinione comune una spinta di curiosità e, talvolta, un sentimento di timore.

Ma analizziamo meglio la questione.

Quali sono le differenze tra le tre figure professionali che si occupano della mente degli individui? E poi, quali sono le cause che stanno alla base del timore che talvolta suscitano nella gente comune?

Sono una psicologa palermitana e, da libera professionista, collaboro con alcune farmacie.

Questo articolo nasce dal desiderio di mettere per iscritto ciò che quotidianamente spiego ai clienti che, guardandomi con il camice ed il cartellino con la dicitura psicologa, mi chiedono: “e lei che ci fa in farmacia?”. E ancora: “E quindi in cosa consiste il suo lavoro?”. E aggiungono: “Tutti avremmo bisogno dello psicologo! Io, per esempio, ho pensato tante volte di andare a fare alcune sedute, ma non sono malata, il percorso dura anni, costa troppo e poi, dottoressa, non voglio prendere tutti quegli psicofarmaci che prescrivete”.

Sembrerà assurdo, ma ogni giorno mi trovo a spiegare la differenza tra le tre figure professionali cercando di chiarire le idee a coloro i quali decidono di non rivolgersi allo psicologo a causa di convinzioni errate.

La farmacia è diventata per me un’ottima palestra per comprendere quali sono alcune delle esigenze dei clienti e attribuire un significato reale al timore che questi hanno.

D’altro canto, chi andrebbe da uno specialista con la sola consapevolezza di essere rimpinzato di psicofarmaci senza alcun criterio e sapendo, tra l’altro, di dover iniziare un percorso che durerà a vita senza avere la certezza di poter risolvere i propri problemi?

Beh, mettersi dal punto di vista di chi non conosce le differenze tra gli specialisti del settore permette di comprenderne l’atteggiamento di chiusura.

Dunque, facciamo un po’ di chiarezza.

Il termine psicologia deriva dal greco psyché (ψυχή) = spirito, anima e da logos (λόγος) = discorso, studio e, quindi, letteralmente indica lo studio dello spirito o dell’anima.

Lo psicologo è uno specialista che utilizza strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione e di riabilitazione, nonché il sostegno in ambito psicologico; i destinatari del suo intervento possono essere i singoli, i gruppi, gli organismi sociali e le comunità.

In termini pratici, con il singolo cliente lo psicologo può occuparsi di consulenze e di sostegno psicologico; quest’ultimo è un intervento non terapeutico rivolto a coloro che vivono un momento di crisi o di disagio personale, ma che non presentano un quadro clinico tale da necessitare di intervento terapeutico.

Per andare dallo psicologo, infatti, NON bisogna necessariamente essere malati! È per questo che utilizzo la parola cliente e non paziente.

Un percorso di sostegno psicologico della durata di dieci/dodici sedute può, in alcuni casi, essere sufficiente per la risoluzione di problematiche personali mediante la scoperta o la ri-scoperta di risorse che permettono l’adattamento ad una situazione o la risoluzione di problemi.

Lo psicoterapeuta ha come obiettivo quello di curare disturbi psicopatologici di diversa gravità e che possono quindi riguardare il disagio personale così come una sintomatologia più grave. Tali disturbi possono manifestarsi con sintomi nevrotici o psicotici e, nei casi più gravi, possono provocare uno stato di malessere tale da bloccare lo sviluppo individuale ed avere forti ripercussioni nella relazioni interpersonali.

Il percorso psicoterapeutico è tendenzialmente più lungo rispetto a quello psicologico in quanto prevede un percorso analitico volto a comprendere le motivazioni profonde del malessere del soggetto.

Né lo psicologo, né lo psicoterapeuta possono prescrivere psicofarmaci, pertanto il loro intervento si baserà sull’utilizzo di tecniche e strumenti che si servono del dialogo e della relazione come strumento di cura.

Ma allora chi prescrive gli psicofarmaci? Lo psichiatra è l’unico dei tre specialisti a poterli prescrivere.

Ecco dunque dove sta la differenza: la psichiatria, rispetto alla psicologia clinica, si orienta maggiormente verso l’identificazione dei disturbi mentali come conseguenti di un funzionamento anomalo a livello fisiologico del sistema nervoso centrale e, per tale ragione, può far ricorso agli psicofarmaci.

È da intendersi che, talvolta, sia necessaria una collaborazione tra i professionisti (soprattutto tra psicoterapeuta e psichiatra) per la cura di patologie o di disturbi che creano gravi compromissioni del funzionamento mentale e sociale del soggetto.

Quando si vive un disagio e si è motivati a chiedere aiuto ad un professionista della salute mentale, la soluzione non dovrà essere quella di rinunciare a priori, ma di comprendere quale professionista faccia al proprio caso e rivolgersi ad esso.

Prendersi cura di sé è infatti il miglior modo per migliorare la propria qualità della vita!

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