Aggressività e bisogni in adolescenza

QUANDO IL GENITORE DIVENTA RISORSA.

salvadori.jpg

L’adolescenza è una fase del ciclo di vita molto complessa e, per molti genitori, difficile da gestire. Molto spesso la difficoltà nella gestione di figli adolescenti da parte dei genitori ha a che fare con l’aggressività che i primi manifestano nelle varie aree della loro vita sociale. Tale aggressività può essere rivolta verso l’esterno, ma sempre più frequentemente gli adolescenti che si presentano in stanza di terapia raccontano di episodi violenti rivolti verso se stessi.

Gestire episodi di tal tipo non è semplice per i genitori, neanche per coloro che manifestano interesse e dedizione nei confronti dei figli, perciò può essere utile comprendere quali sono i bisogni che inducono l’adolescente a mettere in atto comportamenti aggressivi.

Demonizzare il comportamento aggressivo dell’adolescente non è di per sé utile alla comprensione delle motivazioni sottostanti all’agito, al contrario sarebbe importante avvicinarsi all’adolescente provando ad instaurare una relazione in cui l’adulto si ponga il seguente quesito: “cosa vuole comunicarmi mio figlio attraverso questo comportamento?” “in che modo posso comprenderlo?” Leggi tutto “Aggressività e bisogni in adolescenza”

Sindrome da Burnout

QUANDO LE RELAZIONI D’AIUTO DIVENTANO UN RISCHIO PER GLI OPERATORI.

240_f_37470644_sgqvghj47vgj1rmf11e53ayrvitzkxg2

Articolo pubblicato su psiche.org

Il termine Burnout è apparso per la prima volta nel 1930 al fine di indicare l’incapacità di un atleta, che abbia già raggiunto significativi risultati, di mantenerli o di ottenerne altri.

Nel 1975 il termine è stato ripreso dalla psichiatra americana C. Maslach al fine di indicare una sindrome della quale possono soffrire coloro che per professione sono particolarmente coinvolti nelle relazioni umane.

La sindrome da burnout si configura quindi come l’esito patologico di un processo particolarmente stressogeno che colpisce i soggetti che lavorano nell’ambito delle professioni di aiuto, quali operatori sociali, sanitari, educatori ed altri professionisti che si occupano dell’aiuto alla persona.

Ciò che si verifica in alcuni professionisti della relazione di aiuto è un eccessivo carico psicologico delle problematiche e, più in generale, delle richieste dell’ambiente lavorativo, al punto da provocare nel soggetto un logoramento dovuto alla carenza di energie atte ad affrontare gli eccessivi livelli di stress (approfondisci cliccando qui)accumulati.

Conseguenze di questo stato dell’operatore sono una depersonalizzazione ed un esaurimento emotivo che conducono ad atteggiamenti di cinismo nei confronti dei propri utenti o pazienti anche a causa di un sentimento di ridotta realizzazione personale.

L’operatore tenderà quindi a sfuggire dal contesto lavorativo assentandosi frequentemente o lavorando con minor interesse ed entusiasmo e provando sempre minor empatia nei confronti degli utenti di cui dovrebbe prendersi cura.

La sindrome da burnout si accompagna ad un deterioramento del benessere fisico, a sintomi psicosomatici come l’insonnia e a sintomi come la depressione e, nei casi più patologici, può condurre all’abuso di sostanze psicoattive e al suicidio.

Esaurimento, cinismo ed indifferenza sono, quindi, le dimensioni tipiche del lavoratore che soffre di burnout.

Alcune delle cause del burnout sono dunque le seguenti: eccessive richieste al lavoratore; mancanza di controllo; scarsa remunerazione; valori contrastanti e crollo del senso di appartenenza.

Il riconoscimento della sindrome da burnout può avvenire sia attraverso i sintomi manifestati dal soggetto, sia mediante il riconoscimento delle specifiche fasi che la caratterizzano:

  • entusiasmo idealistico che spinge il soggetto a scegliere un lavoro di tipo assistenziale;

  • stagnazione;

  • frustrazione;

  • apatia.

Se riconoscere il burnout è importante, lo è ancor di più prevenirlo intervenendo a favore del benessere del lavoratore all’interno dell’organizzazione. Tali tipologie di intervento prevedono una focalizzazione sul lavoratore e sul luogo di lavoro per promuovere il contesto ed il clima ottimale al lavoro.

L’organizzazione può quindi porre l’attenzione sulla promozione dell’impegno lavorativo riducendo i fattori di rischio. Ciò migliorando il clima organizzativo e aumentando la motivazione del singolo e dell’intera équipe. Attenzionarei ruoli di tutti quegli elementi importanti per la serenità organizzativa è un buon metodo per incentivare la partecipazione ed il senso di appartenenza.

È importante che il lavoratore conosca i rischi specifici connessi alla propria mansione e che si rivolga ad un professionista qualora iniziasse a riconoscere su di sé i sintomi precedentemente elencati. Il sintomo è, infatti, un campanello d’allarme che, se considerato in tempo, può essere d’aiuto alla risoluzione del disagio mediante un intervento adeguato.

Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa e Psicoterapeuta in formazione –

Per contattare la Dott.ssa Claudia Corbari, invia una e-mail al seguente indirizzo:corbariclaudia@gmail.com o collegati alla pagina facebook Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa

La psicologia in una danza. Riflessioni dalla pièce “Memories from the future”.

14681817_1452448868102798_8424241882917857324_nArticolo pubblicato su Psiche.org

Pièce di danza contemporanea, teatro e musica.

Durata : 34 minuti

Danzatrici : Roberta D’Ignoti, Roberta Xafis e Annachiara Trigili

Coreografia: Giovanni Zappulla

  (Fotografia Lorenzo Gatto)

La relazione tra danza e psicologia mi è da sempre molto cara probabilmente per il mio percorso formativo, danzatrice per alcuni anni e psicologa.

La danza mi ha sempre affascinata, incuriosita ed avvicinata alla bellezza delle cose. Di pari passo sono avanzate la mia curiosità per le persone e i loro stati d’animo e quella per la naturalezza del movimento; credo infatti che nel mero etichettamento diagnostico di una persona, così come nell’esclusiva considerazione della forma, ci sia qualcosa di incompleto.

Osservare e ricercare la forma o la diagnosi non può che essere un tassello di un processo molto più complesso che ha a che fare con l’interesse che ognuno deve rivolgere alla persona come portatrice di bisogni ed emozioni.

Proprio dalla ricerca delle emozioni sono partite le danzatrici della compagnia di danza L’Espace che attraverso il metodo della Danza Movimento Naturale (DMN) sono riuscite a mettere in scena sentimenti ed emozioni, sulla melodia della 7° Sinfonia di Beethoven, che hanno lasciato il segno nel pubblico presente in teatro.

«Vivere le emozioni per suscitarle nel pubblico in sala» questo è stato l’assunto che ha preceduto la creazione della pièce “Memories from the future” che è stata fonte di impegno per le danzatrici ed il coreografo Giovanni Zappulla, fondatore del metodo DMN a partire dallo studio sul lavoro di Isadora Duncan.

La Danza Movimento Naturale si configura quale espressione dell’armonia del danzatore,ed6bdd_5ebcff0e914b4c919f095313933a4636-mv2 frutto della ritrovata connessione mente-corpo. La ricerca che viene fatta non parte quindi dalla forma per arrivare alla sostanza del movimento nella ricerca di una bellezza e un’armonia meramente esteriore, ma dall’interno trova la sua espressione nella bellezza. Alla base di questo metodo vi è l’ascolto del corpo e della memoria sensoriale, della sua azione e del suo linguaggio al fine di sviluppare le sue capacità in armonia con l’anatomia e non solo in base ad un’ideale da raggiungere a tutti i costi.

                                                                                                               (Fotografia Lorenzo Gatto)

Il lavoro che il danzatore fa è dunque per certi versi opposto a ciò che attualmente accade nella società occidentale. Deve abbandonare l’idea e, se vogliamo, l’ossessione di dominare il corpo a piacimento ma, al contrario, ascoltarlo e fidarsi delle sensazioni.

Il titolo della pièce “Memories from the future”, ci conduce alla possibilità di recuperare la connessione tra le tre dimensioni temporali del passato e del futuro in un “qui ed ora” durante il quale è possibile dare voce al corpo quale veicolo dell’espressione di forti emozioni. Emozioni che circolano in tre donne che stanno affrontando il complesso viaggio durante il quale percorrono la profondità della propria coscienza, passando attraverso la consapevolezza dei meccanismi invalidanti alla ricerca dell’estasi data dall’unione mente-corpo.

Il collegamento con la psicologia appare lampante nel momento in cui lo spettatore, ancora ignaro della ricerca fatta dagli artisti, si trova coinvolto dal turbinio di emozioni espresse dalle danzatrici che alternano grandi risate a momenti di rabbia e tristezza con una circolarità ripresa sapientemente dal movimento del corpo e dal tessuto delle gonne, morbido ed in grado, anche quello, di esprimere armonia.ed6bdd_bf9845b22e8443c5b22df1075710ae42-mv2

        (Fotografia Lorenzo Gatto)

La possibilità di esprimere le proprie emozioni con naturalezza e di condividerle con l’altro in un contatto fluido, accogliente o faticoso, è un aspetto che mi ha colpita. Anche il terapeuta si trova infatti ad accogliere le emozioni che il paziente porta in stanza di terapia; emozioni talvolta molto forti che probabilmente nessuno, fino a quel momento, è stato in grado di ascoltare o di osservare. Questa emotività può prendere alla sprovvista il terapeuta stesso che, solo attraverso un lavoro su di sé, sulle sue emozioni e risonanze, potrà accogliere.

Come nel caso della DMN, dunque, il terapeuta si troverà ad ascoltare se stesso oltre che l’altro, cercando di connettere la mente con il corpo, la memoria sensoriale e l’emozione con la tecnica e la teoria. Anche il contatto in stanza di terapia diviene simile a quello delle pièce di DMN; contatto che inevitabilmente dovrà essere con se stesso e poi con l’altro con la stessa delicatezza di un danzatore. Delicatezza che, se nel movimento si intreccia con il contesto costituito dallo spazio, dagli osservatori e dalla melodia, in stanza di terapia si connette con il setting che può modificarsi e al contempo modificare il processo terapeutico.

La connessione tra arte e psicologia è evidente da tempo, ma la possibilità di andare oltre l’estetica coinvolge lo spettatore in qualcosa di più viscerale. Probabilmente in quelle emozioni che appartengono a sé oltre che al danzatore. È proprio in quelle emozioni che lo spettatore ha la possibilità di rispecchiarsi, talvolta rivivendole, in un contesto di condivisione, in questo caso artistica, con l’altro.

Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa e Psicoterapeuta in formazione –

Per contattare la Dott.ssa Claudia Corbari, invia una e-mail al seguente indirizzo: corbariclaudia@gmail.com o collegati alla pagina facebook Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa

Quanto ti senti capace di controllare gli eventi?

Articolo pubblicato su Psiche.org

Il concetto di Locus di control

controllare

Il locus of control è stato definito da Rotter come «ritenersi capace o meno di controllare gli eventi» (Rotter).

Tale variabile ha infatti a che fare con la percezione che ognuno di noi ha circa la possibilità di controllare la propria vita e, dunque, su quanto i nostri comportamenti influiscano in modo più o meno positivo negli eventi che ci accadono e negli obiettivi che vogliamo raggiungere.

Il locus of control si divide, di norma, in:

  • interno

  • esterno

Il locus of control interno ha a che fare con il credersi capaci di controllare gli eventi. Le personecon tale locus of control attribuiscono a se stessi i loro successi e i loro insuccessi. Questi soggetti si impegnano attivamente per cercare gli strumenti e le soluzioni per il raggiungimento dei propri obiettivi in quanto sostengono, grazie anche agli alti livelli di motivazione, di poterli riuscire a raggiungere in maniera autonoma utilizzando le proprie capacità e volontà.

Il locus of control esterno ha, invece, a che fare con la percezione che sia qualcos’altro a controllare gli eventi (spesso chi possiede questo tipo di locus of control attribuisce la responsabilità al destino o al fato).

Non sentendosi responsabili delle proprie azioni e del raggiungimento dei propri obiettivi, queste persone si percepiscono spesso in balìa dell’imprevedibilità e si sentono incapaci di individuare strategie atte al raggiungimento degli obiettivi, complice una scarsa motivazione.

La sola presenza del locus of control esterno o interno crea un disequilibrio nell’integrazione tra lo sguardo nei confronti di sé e quello del mondo circostante, in quanto mentre il locus of control interno porta la persona ad uno sguardo eccessivo verso sé, quello esterno porta lo sguardo eccessivamente verso l’altro.

Il raggiungimento di un equilibrio tra locus of control interno e locus of control esterno è la condizione ideale per un individuo ed è correlata ad una buona consapevolezza emotiva e alla fiducia in sé (le emozioni che ci fanno conoscere chi siamo e cosa vogliamo) e negli altri (le emozioni che avvicinano le persone).

Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa e Psicoterapeuta in formazione –

Per contattare la Dott.ssa Claudia Corbari, invia una e-mail al seguente indirizzo:corbariclaudia@gmail.com o collegati alla pagina facebook Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa

Maledettissimo stress!

Articolo pubblicato su Psiche.org

Quando si parla di stress ci si riferisce ad una “reazione emozionale intensa a una serie di stimoli esterni che mettono in moto risposte fisiologiche e psicologiche di natura adattiva” (Galimberti U., 2006). Come ben noto in letteratura, lo stress fa riferimento all’insieme di reazioni fisiologiche, emotive, cognitive e comportamentali a situazioni esterne che sollecitano l’organismo ponendo lo stesso dinnanzi a condizioni nuove alle quali adattarsi.

o.316709

Le reazioni allo stress sono estremamente soggettive in quanto dipendono dalla rilevanza che ognuno attribuisce a specifici fattori esterni e, in tal modo, uno stesso evento può essere vissuto come stressante da un soggetto e come normativo da un altro.

È dunque fondamentale, quando si valuta un evento come stressante, prendere in considerazione la percezione soggettiva al fine di attribuirne il corretto significato. Eventi particolarmente stressanti possono provocare veri e propri traumi in grado di compromettere la normale funzionalità di un individuo; il loro superamento implica la presa in carico da parte di professionisti della salute mentale che hanno il compito di facilitare l’elaborazione dell’evento stesso.

Ma come rispondiamo allo stress?

In un primo momento, dinnanzi ad una situazione stressante, il nostro corpo si pone in una reazione d’allarme durante la quale l’energia viene mobilitata e trova una sua espressione in una scarica di adrenalina che ci porta ad aumentare il ritmo cardiaco e respiratorio.

Successivamente alla reazione d’allarme, la persona attiva generalmente una fase di resistenza agli stimoli stressanti la quale potrà evolversi in due direzioni: verso l’adattamento alle nuove condizioni o verso l’esaurimento delle energie che si possiedono.

 Lo stress è sempre un aspetto negativo?

Nei casi in cui si prolunghi per molto tempo e diventi cronico, lo stress può essere altamente nocivo per la nostra salute, diventando causa di vere e proprie patologie che possono manifestarsi in vario modo e coinvolgere nella diagnosi più specialisti della salute: dermatologo, reumatologo, ecc.

Le conseguenze dello stress possono dunque essere di varia natura e coinvolgere la vita sociale, familiare, lavorativa e la salute della persona con un conseguente deterioramento della qualità della vita.

Tuttavia lo stress non è sempre un aspetto negativo come si è soliti considerarlo nel senso comune, ma può essere un’opportunità per l’individuo di effettuare un cambiamento, anche positivo, delle proprie abitudini.

Un evento stressante può infatti far scoprire risorse che non si pensava di possedere ma che, per necessità, vengono mobilitate.

Attraverso situazioni stressanti la persona potrà anche maturare nuove passioni o ampliare il proprio numero di relazioni chiedendo sostegno alla rete sociali dalla quale è circondato.

Cosa fare quando si è eccessivamente stressati?

  • NON sottovalutare la condizione stressante;

  • fermarsi: talvolta fermarsi può essere utile per recuperare le energie;

  • impiegare le proprie energie in attività piacevoli;

  • svolgere attività fisica o in esercizi che permettano di ritrovare se stessi;

  • dedicarsi del tempo attraverso esercizi di respirazione e rilassamento;

  • chiedere aiuto ad un professionista e farsi accompagnare nell’individuazione di strategie utili a trovare degli spazi positivi per sé.

Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa e Psicoterapeuta in formazione –

Per contattare la Dott.ssa Claudia Corbari, invia una e-mail al seguente indirizzo:corbariclaudia@gmail.com o collegati alla pagina facebook Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa

Adolescente capriccioso o bisognoso? Comprendere l’adolescente dai bisogni tipici di questa fase del ciclo vitale

           adolescenza

È spesso difficile comprendere i comportamenti degli adolescenti, specialmente se tali comportamenti non vengono considerati all’interno dell’ambiente in cui si manifestano o non vengono associati alla fase di sviluppo del soggetto che li mette in atto.

Per comprendere un comportamento è dunque necessario risalire al bisogno che sta alla base del comportamento stesso e, quindi, ai compiti di sviluppo tipici della fase del ciclo di vita.

Ma quali sono i compiti di sviluppo dell’adolescente?

L’adolescente deve fare i conti con la pubertà e il risveglio delle pulsioni sessuali, con lo sviluppo del pensiero ipotetico-deduttivo e con la riorganizzazione del concetto di sé.

Vediamo più nel dettaglio queste aree dello sviluppo.

Il risveglio delle pulsioni sessuali ha a che fare con un cambiamento delle relazioni che l’adolescente inizierà ad avere, in cui un ruolo importante avranno la sfera sessuale e la percezione del proprio corpo che, a questa età, diventa centrale nella costruzione del proprio sé e nella relazione con l’altro e che è in continuo cambiamento non solo da un punto di vista pulsionale, ma anche estetico.

 Lo sviluppo del pensiero ipotetico-deduttivo ha a che fare con l’acquisizione, da parte dell’adolescente, dell’utilizzo di una logica astratta nell’interazione con l’ambiente. Tale tipologia di logica fa acquisire la capacità di formulare previsioni e quella di costruire un concetto di “probabilità” che un evento si realizzi realmente.

La riorganizzazione del concetto di sé ha infine a che fare con l’identità. L’adolescente si trova ad affrontare l’ambivalenza tra la dipendenza e l’indipendenza dalle proprie figure significative; ambivalenza che spesso si traduce in comportamenti che vanno dalla dipendenza dal genitore al rifiuto dello stesso con l’obiettivo di trovare un proprio spazio.

Proprio quest’ultima diviene spesso causa di conflitto tra genitori e figli.

I compiti di sviluppo dell’adolescente hanno dunque a che fare con la relazione con sé, con l’altro e con l’ambiente che lo circonda.

Ma cosa può fare un genitore?

Conoscere quali sono i compiti di sviluppo dell’adolescente permette al genitore di comprendere più facilmente quali possono essere le difficoltà che, in questa fase, attraversa il proprio figlio. Tuttavia ai compiti di sviluppo sopra elencati vanno sommate le condizioni relative al contesto di crescita (es. abusi subiti, violenza o altre problematiche anche contestuali che possono presentarsi). Di conseguenza è utile che il genitore si sforzi di osservare non solo il comportamento disfunzionale dell’adolescente, ma il contesto nel quale questo di manifesta e di provare a comprendere quale sia il bisogno dell’adolescente in quella fase.

In alcuni casi potrebbe essere opportuno effettuare delle consulenze familiari per comprendere il bisogno dell’adolescente e migliorare significativamente la relazione genitori-figli.

Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa e Psicoterapeuta in formazione –

È possibile consultare altri articoli della Dott.ssa nel Blog Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa 

Per contattare la Dott.ssa Claudia Corbari, invia una e-mail al seguente indirizzo:corbariclaudia@gmail.com o collegati alla pagina facebook Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa

Il ciclo della violenza nella relazione di coppia

11018884_1563171307296344_3341356177293111999_n

Fotografia di Irene Fittipaldi

Quando si parla di violenza, di qualunque tipo essa sia, bisogna fare i conti con una condizione di malessere che spesso viene reiterata all’interno di relazioni stabili.

In psicologia si parla ormai da anni di “ciclo della violenza” costituito da vere e proprie fasi che puntualmente si succedono in maniera ripetitiva.

Le fasi evolutive della violenza individuate da Walker sono quattro e sono indicate di seguito.

Fase di tensione

In questa fase la violenza non viene manifestata in maniera diretta, ma espressa attraverso atteggiamenti ostili e parole o frasi spesso offensive es. “non sei nemmeno capace a cucinare un uovo”. In questa fase la tensione può essere molto alta e tra i il maltrattante ed il maltrattato potrebbero innescarsi comunicazioni non verbali molto esplicite come ad esempio silenzi prolungati nel tempo ma privi di reale motivazione ed intrisi di tensione, costanti malumori e gesti minacciosi. È fondamentale attribuire al linguaggio non verbale la giusta importanza dal momento che spesso è causa di forte malessere per il maltrattato.

Nelle violenze agite dal partner nei confronti della compagna/moglie, in questa fase si assiste ad una idealizzazione fatta dalla donna nei confronti del proprio partner associata ad una serie di divieti e pressioni psicologiche agite da quest’ultimo.

 Fase di attacco

Questa è la fase in cui esplode la violenza, spesso fisica.

La tensione accumulata nella fase precedente viene quindi scaricata sulla persona maltrattata attraverso veri e propri agiti che possono condurre a conseguenze molto gravi e far ricorrere, nel migliore dei casi, ai servizi sanitari come il Pronto Soccorso.

Spesso il passaggio dalla prima fase alla seconda avviene nel momento in cui il maltrattato accenna di aver raggiunto una propria autonomia dal maltrattante.

La donna maltrattata dal proprio compagno/marito proverà sentimenti svalutazione e svalorizzazione del senso di sé e probabilmente potrà essere soggetta a sviluppare una sintomatologia di tipo ansioso-depressivo.

Fase del pentimento e delle scuse

In questa fase tipicamente il maltrattante tenderà a sminuire il suo comportamento violento e cercherà di riconquistare la persona maltrattata.

Nei casi di relazioni di coppia in cui l’abuso è agito dall’uomo nei confronti della donna, si assiste spesso a dichiarazioni d’amore, di pentimento, scuse, regali (fiori, cioccolatini) e promesse di cambiamento. Si noti come per la stragrande maggioranza delle volte questo cambiamento non arriva.

A tali dichiarazioni spesso la donna reagisce con il perdono e sceglie di rinunciare ai propri bisogni per amore di qualcos’altro o qualcun’altro (delle apparenze, dei pregiudizi, dei figli, della casa ecc..).

Fase della riconciliazione

In questa fase il maltrattante, impaurito dalla perdita del maltrattato, inizierà a diventare particolarmente gentile e premuroso cambiano effettivamente il proprio comportamento.

Tornando all’esempio delle relazioni di coppia di cui sopra, la coppia sembrerà tornata in luna di miele. Probabilmente tra i due andrà tutto bene per un po’, fin quando la paura dell’abbandono che tipicamente prova il partner abusante non ricomincerà i comportamenti aggressivi e la donna quelli di idealizzazione.

È in questo modo che il ciclo della violenza si ripete costantemente.

Porter comprendere ciò che sta accadendo da protagonisti della vicenda non è affatto semplice e, per questo, queste relazioni disfunzionali vengono perpetuate anche per tempi molto lunghi.

Rendersi conto è però il primo passo per poter chiedere aiuto ai professionisti del settore che possono dare indicazioni precise alla persona maltrattata.

Spesso i fatti di cronaca portano alla luce femminicidi e violenze familiari e le reazioni di molti sono racchiuse in queste domande: “ma perché non lo lasciava?”; “certe donne sono proprio stupide, perché cercano uomini così?”.

A queste domande risponderei dicendo che la dinamica relazionale che si crea tra maltrattante e maltrattato è molto più complessa di quanto non si creda e che il ciclo della violenza sopra descritto è solo un aspetto di ciò che si innesca nell’incastro di coppia, per questo motivo è importante intanto rendersi conto di ciò che di disfunzionale sta accadendo all’interno della coppia e poi, dell’aspetto clinico e di quello legale dovranno occuparsi psicologi e legali. Il primo passo però è sempre quello di uscire di casa per non continuare a subire invano.

Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa e Psicoterapeuta in formazione –

Per contattare la Dott.ssa Claudia Corbari, invia una e-mail al seguente indirizzo:corbariclaudia@gmail.com o collegati alla pagina facebook Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa

Quando ad insegnare è…la disabilità!

locandina-pubblicità-primaria (1)

Mi sono sentita importante perché facevo qualcosa di utile” (Sabrina)

Ho imparato che ognuno ha delle belle qualità da esprimere” (Roberto)

Ho imparato ad avere più fiducia in me stesso” (Marco)

Ho imparato a stare con gli altri” (Sabrina)

Ho imparato a fare il caffè” (Stefano)

Queste sono solo alcune delle frasi scritte da una classe di alunni con disabilità intellettiva in cui ho avuto il piacere di insegnare.

La consegna era quella di rispondere alle domande: “Cosa hai imparato durante l’anno?” “Come ti sei sentito in questa classe?”

Sin dall’inizio del corso mi sono chiesta cosa significasse insegnare ad un gruppo di adulti con disabilità così diverse, poi li ho conosciuti e ho iniziato ad imparare da loro. Sono loro che mi hanno indicato i loro punti di debolezza, così come quelli di forza con un’ironia fuori dal comune.

Dunque, come deve comportarsi un insegnante in una classe costituita interamente da persone con disabilità?

Come in tutte le cose che riguardano gli esseri umani, non credo vi sia una risposta univoca, ma potrei darvi alcune indicazioni:

  • dedicatevi ai ragazzi ed abbiate la pazienza di conoscerli uno per uno, focalizzando l’attenzione sulle loro difficoltà, ma soprattutto sulle loro risorse;

  • organizzate le attività in base alle capacità di ognuno, facendo emergere talora quelle di uno, talora quelle dell’altro;

  • se ci sono dei margini, utilizzate la vostra ironia, vi aiuterà ad affrontare argomenti anche complessi in modo giocoso. Attraverso l’ironia, infatti, è possibile far veicolare messaggi molto rilevanti in modo semplice e leggero;

  • giocate! Utilizzate il gioco e sbizzarritevi con le attività didattiche e dinamiche; il gioco vi permetterà più facilmente di coinvolgerli anche quando spiegherete materie o argomenti per loro molto difficili;

  • armatevi di materiale didattico di vario tipo (slide, esercitazioni, colori, cartelloni, pennarelli, collage ecc.);

  • preparatevi un “piano B”, ma anche un “piano C”. Non sappiamo se gli alunni saranno disposti a svolgere le attività che gli proponiamo perciò, per non trovarci in difficoltà, ci conviene preparare più attività di differente tipologia in modo da poterle proporre all’occorrenza;

  • lavorate molto sulle dinamiche di gruppo. Cercate di unire i ragazzi anche attraverso le vostre attività;

  • abbiate un po’ di pazienza e cercate di trasmetterla ai vostri alunni;

  • diffondete in classe un clima di accettazione reciproca e di più possibile collaborazione;

  • mettetevi in gioco e, se è il caso, svolgete le attività insieme a loro (un insegnante attivo e partecipe è sempre meglio di uno passivo e distaccato);

  • portate in classe allegria e serenità. Per molti di loro andare a scuola è una grande opportunità per socializzare e confrontarsi non solo con i coetaei, ma anche con il mondo adulto;

  • per quanto riguarda la nota dolente delle verifiche, preparatene di diverso grado di difficoltà in modo da non renderle troppo complesse per nessuno.

Un’altra risposta data da un alunno è stata presa in prestito da Henry Ford: “Chiunque smetta di imparare è vecchio, che abbia 20 o 80 anni. Chiunque continui ad imparare resterà giovane. La più grande cosa nella vita è mantenere la propria menti giovane.(Henry Ford)

La formazione è un’opportunità di crescita, ma per qualcuno è qualcosa di più.

 

Dott.ssa Claudia Corbari

– Psicologa e Psicoterapeuta in formazione –

Per contattare la Dott.ssa Claudia Corbari, invia una e-mail al seguente indirizzo:corbariclaudia@gmail.com o collegati alla pagina facebook Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa

Relazione con il cibo e relazioni familiari. Cosa deve sapere un genitore?

Inizia la mia collaborazione con psiche.org

famiglia-cibo-cucina
famiglia-cibo-cucina

Quando parliamo di cibo non ci riferiamo solo a ciò che ci permette di dare energie al nostro organismo, ma anche alle relazioni che, attraverso la condivisione, vengono veicolate tra persone.

Mediante il cibo esprimiamo la socialità, il piacere o il dispiacere, lo stress e molti altri stati d’animo; il cibo diviene dunque espressione dello stile di vita non solo a livello individuale, ma anche culturale, dal momento che ogni cultura si relaziona ad esso in modo differente.

Durante le feste comandate, per esempio, il cibo diventa rituale e permette a gruppi e famiglie di riunirsi e condividere in modo festoso intere giornate; ciò avviene anche durante matrimoni, comunioni e compleanni. Il cibo svolge poi la sua funzione anche nel corso della routine quotidiana, scandendo i momenti della giornata (pensiamo all’ora del té o del ritrovarsi al bar per bere un caffè più volte al giorno). Ecco quindi dei semplici esempi esplicativi in cui il cibo si fa portatore della cultura, della storia familiare e si configura quale luogo di unione e condivisione dei significati.

In tal modo il cibo diviene espressione dell’identità ed è molto più connesso alle emozioni di quanto non si pensi proprio perché rappresenta la protezione e l’amore, ci permette di integrarci al gruppo e diviene nutrizione; non a caso in terapia si utilizza spesso il cibo quale metafora per la nutrizione dell’animo.

Se il cibo è così legato alle emozioni che proviamo, si può meglio comprendere la funzione che esso svolge in specifici periodi della nostra vita, dal momento che esprime lo stile di vita non solo a livello individuale, ma anche culturale.

Data la vastità dell’argomento, in questo articolo porterò l’attenzione sulla relazione che esiste tra l’approccio che la persona ha nei confronti del cibo e le relazioni familiari senza la pretesa di essere esaustiva, ma con la promessa che troverete altri articoli su questa tematica.

CIBO E RELAZIONI FAMILIARI

All’interno del sistema familiare il cibo viene sovente utilizzato dai membri come mezzo di comunicazione così, comprendere il significato di tale modalità comunicativa, può essere il primo passo per la risoluzione del comportamento disfunzionale.

Un figlio, per esempio, può affermare la propria indipendenza dai genitori mediante il controllo dell’alimentazione quando questi ultimi sono eccessivamente controllanti; tale controllo può anche manifestarsi nei confronti dei genitori stessi e divenire un vero e proprio modo di manipolare l’intero sistema familiare.

In tal senso il controllo dell’assunzione o meno del cibo diviene da parte del figlio l’unica forma di potere all’interno di un sistema familiare e ciò potrebbe condurlo a manifestare in futuro disturbi alimentari.

Un’ulteriore modalità di utilizzo del cibo all’interno della famiglia è strettamente educativa e legata all’associazione impropria tra la gratificazione o la punizione data attraverso gli alimenti (es. “se ti comporti bene, ti compro il gelato” o “se non mangi tutto vai a letto senza cena”).

COSA DEVE SAPERE UN GENITORE?

In primo luogo è importante che un neo-genitore sia consapevole della stretta connessione che esiste tra il cibo e le emozioni.

Punire il bambino utilizzando il cibo può non essere funzionale al sano sviluppo dello stesso, così come dare per scontato che ad un’azione positiva del bambino debba seguire una gratificazione attraverso un dolce.

Nel corso dello sviluppo del bambino è importante che il genitore porti l’attenzione alla relazione che il proprio figlio ha con il cibo senza necessariamente patologizzarla facendo esclusivamente riferimento ai canoni culturali e/o familiari, ma rivolgendosi ad un esperto qualora emergessero perplessità sia rispetto al pesoforma, sia rispetto a comportamenti disfunzionali manifestati dal bambino.

Bisogna poi tenere a mente che il cibo per il bambino e per l’adolescente diviene un ponte tra sé e l’altro e, quindi, che attraverso il cibo egli esprime dei bisogni o vuole dirci qualcosa. Sta poi al genitore trovare il modo, da solo o con l’aiuto di un esperto, di comprendere il linguaggio del proprio bambino ed aiutarlo a crescere.

Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa e Psicoterapeuta in formazione –

Per contattare la Dott.ssa Claudia Corbari, invia una e-mail al seguente indirizzo: corbariclaudia@gmail.com o collegati alla pagina facebook Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa

Conoscere i meccanismi di difesa

Molti termini psicologici sono entrati a far parte del linguaggio comune perdendo, talvolta, il loro significato originario.

Con il termine “difesa” in psicologia si intende un’operazione psichica finalizzata a ridurre o a sopprimere un turbamento che potrebbe portare la persona a dover mettere in discussione la sua integrità ed il suo equilibrio interno. Esistono molteplici meccanismi di difesa che spesso vengono attivati dal soggetto in modo inconsapevole; essi possono avere funzioni positive, in quanto permettono un adattamento all’ambiente in modo sano e creativo, favorendo una protezione dalle minacce con le quali l’individuo si trova a fare i conti nel corso della propria esistenza, ma possono anche avere delle ripercussioni negative se utilizzati in modo costante.

Le difese possono quindi indurci a mettere in atto specifici comportamenti in grado di proteggerci da una situazione particolare o, viceversa, possono promuovere atteggiamenti in grado bloccare le nostre azioni spontanee.

Ma da cosa dovrebbe difendersi una persona?

Generalmente un soggetto si difende da situazioni, reali o immaginarie, che potrebbero mettere a rischio la sua integrità e, mediante i meccanismi di difesa, riesce ad evitare o a gestire dei sentimenti minacciosi e a mantenere la sua autostima.

I meccanismi di difesa possono essere suddivisi in primari (si formano nei primi anni di vita del bambino e sono totalizzanti) e secondari (sono più maturi e limitano solo una piccola parte dell’Io sia nei riguardi della realtà che della sua identità).

I meccanismi di difesa primari sono:

il diniego; il ritiro primitivo; il controllo onnipotente; l’idealizzazione; la proiezione; l’introiezione; l’identificazione proiettiva; la scissione dell’Io; la dissociazione.

I meccanismi di difesa secondari sono:

la rimozione; la regressione; l’isolamento; la razionalizzazione; la compartimentalizzazione; l’annullamento;la moralizzazione; lo spostamento; la formazione reattiva; il volgersi contro Sé; l’identificazione; il capovolgimento; l’acting out; la sublimazione e la sessualizzazione.

Conoscere, seppur non in modo tecnico questi meccanismi permette di avere un’idea di come, in base alle circostanze, ogni giorno tendiamo ad utilizzarne qualcuno per affrontare la quotidianità.

Una difesa che molto spesso utilizziamo è il diniego.

Questa difesa primaria viene utilizzata soprattutto quando, dinnanzi ad un avvenimento spiacevole o potenzialmente traumatico, la persona si rifiuta di accettare ciò che è accaduto. Questo processo può manifestarsi sia nei bambini, sia negli adulti anche come prima reazione all’evento difficile da fronteggiare e, coloro i quali lo utilizzano, possono vivere in modo meno sgradevole la quotidianità e, in particolare, gli eventi stressanti. Bisogna poi evidenziare che in alcune persone l’utilizzo del diniego avviene in momenti e in situazioni specifiche; una di esse può essere quella relativa all’accettazione della morte di un familiare.

L’accettazione di un evento particolarmente traumatico o che provoca una forte sofferenza, spesso in un contesto in cui è impossibile esprimere i propri sentimenti o i propri stati emotivi, può indurre il soggetto a negarne l’esistenza.

Nei casi più adattivi, infatti, il diniego può aiutare la persona ad essere lucida anche in situazioni di emergenza in cui la propria vita o quella di un proprio caro è in pericolo e ciò può quindi indurla a mettere in atto comportamenti utili alla gestione dell’evento stesso. Nei casi meno adattivi può invece mettere a rischio il soggetto che, proprio a causa di esso, potrà attuare comportamenti anticonservativi.

Per fare un esempio, nelle situazioni di emergenza, i soccorritori si trovano spesso dinnanzi a familiari di vittime di incidenti stradali che hanno serie difficoltà, specialmente durante la fase emergenziale, a comprendere e realizzare l’evento appena accaduto. La negazione dell’evento traumatico avviene in quanto, dinanzi alla situazione particolarmente forte dal punto di vista emotivo, la mente si protegge in quanto incapace, in quello specifico momento, di farsi carico della realtà. È molto importante che questa fase venga tenuta sotto controllo da esperti della salute mentale in quanto, un radicarsi dell’utilizzo del diniego non permetterebbe alla persona di elaborare il lutto appena avvenuto; elaborazione che inizia già nei primi momenti dell’emergenza anche della situazione traumatica.

È dunque molto importante considerare i meccanismi di difesa non in termini estremamente negativi o positivi, ma comprenderne l’utilità per un sano adattamento all’ambiente in specifiche circostanze, così come la pericolosità di una radicalizzazione di essi come risposta automatica agli eventi.